No, gli innamorati non c’entrano. Le coppiette sono strisce di carne, tagliate con speciali lame, che vengono condite con sale e spezie naturali, e fatte stagionare per sessanta giorni circa. Originariamente venivano vendute nelle osterie romane per incrementare la sete degli avventori, ed erano fatte con la carne di cavallo. Attualmente, invece, vengono fatte con la coscia del maiale.

A Roma potete acquistarle in quasi tutte le salumerie e non sono neanche male. Però, se si va ad Ariccia, se ne trovano migliori insieme alla rinomata porchetta. Le coppiette sono una cosa a mezzo fra il cibo e il passatempo, perché per riuscire a mangiarle ci vogliono determinazione salda, un palato che non teme il piccante e un acconcio periodo di libertà da altri impegni possibili. Le coppiette non si mangiano, in realtà: si scardinano a morsi, ingaggiando con la carne secca una lotta di mandibole degna di una tigre dai denti a sciabola.
Non sono un cibo per signorine, sono una lotta primigenia fra la bocca che divora e la materia che non vuol essere mangiata: richiedono tenacia e anche furbizia, nell’indovinare le vene di nervo rimaste e ciucciare loro via tutta la carne mozzico a mozzico, evitando i trabocchetti dello sfilaccio ciancicandolo poco a poco, e glia agguati del seme di peperoncino che colpiscono a tradimento, lasciandoti senza fiato.
Non sono un primo, non sono un secondo, non sono un antipasto e nemmeno un insaccato. Sono un cibo povero, poverissimo, diretto discendente di quella carne salata che i legionari romani si portavano nella bisaccia, pronti a consumarla non appena la marcia concedeva una breve sosta, e per ingannare le eterne ore di attesa nelle notti di guardia. Vanno gustate così, in piedi o seduti sul ciglio della strada, senza pane, senza nulla, mentre l’occhio si perde a guardare l’orizzonte, e il ritmico battere dei denti scandisce i pensieri triturando la carne.
Sono un cibo meditativo: riducono le cose alla loro semplice essenza: carne e sale, appunto, nulla di più e nulla di meno. Masticarle evoca scenari antichi: bivacchi senza fuochi accessi ai confini del mondo, soldati stanchi che non possono permettersi il sonno, e integrano così, con lo scarso rancio di farro che appena sporca la gavetta, le ore trascorse a scrutare il cielo, il mare e le selve, nel timore che ti piova addosso un nemico, un animale, un dio.
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